Immaginiamo questa scena.
Qualcuno ci sta parlando. Noi lo guardiamo, annuiamo con grande convinzione e ogni tanto diciamo:
“Certo.”
“Capisco.”
“Hai ragione.”
Poi arriva la domanda:
“Allora, tu cosa ne pensi?”
Ed è proprio in quel momento che il nostro cervello decide di abbandonare il Paese senza lasciare un recapito.
Le parole sono entrate nelle nostre orecchie, ma noi non le abbiamo veramente ascoltate.
Questo mese il viaggio della Cassano Academy non attraverserà nuovi continenti. Esplorerà qualcosa che portiamo sempre con noi, ma che non sappiamo utilizzare quanto crediamo: la capacità di ascoltare.
Cominciamo quindi da una domanda apparentemente semplice:
Sentire e ascoltare sono davvero la stessa cosa?
Le orecchie sentono, ma chi ascolta?
Sentire significa percepire dei suoni.
Possiamo sentire un’automobile che passa, il telefono che squilla, una persona che parla nella stanza accanto o il vicino che sposta una sedia proprio quando abbiamo deciso di dormire.
Non dobbiamo necessariamente fare uno sforzo volontario: il suono arriva alle nostre orecchie.
Ascoltare, invece, richiede attenzione.
Quando ascoltiamo, cerchiamo di selezionare un suono, riconoscere le parole, collegarle tra loro e comprenderne il significato. Se una persona ci sta parlando, proviamo anche a capire perché lo sta facendo e che cosa vuole comunicarci davvero.
Il nostro cervello riceve continuamente molti segnali sonori, ma non può dedicare la stessa attenzione a tutti. L’attenzione uditiva selettiva ci permette di dare maggiore importanza ai suoni rilevanti e di lasciare gli altri sullo sfondo. Le ricerche mostrano infatti che l’attenzione influenza il modo in cui i suoni vengono rappresentati ed elaborati dal cervello.
Insomma:
-
sentire è accorgersi che qualcuno sta parlando;
-
ascoltare è cercare di capire che cosa sta dicendo.
Le orecchie aprono la porta. È l’attenzione che decide se far entrare il messaggio.
Il mistero del proprio nome
Siamo in un locale pieno di persone.
Ci sono voci, bicchieri, musica, sedie, risate e almeno una persona che parla come se dovesse farsi sentire anche nel locale dall’altra parte della strada.
Eppure riusciamo a seguire la conversazione della persona davanti a noi.
Questo fenomeno viene spesso chiamato effetto cocktail party: il cervello riesce a concentrare l’attenzione su una voce, separandola dagli altri suoni presenti nell’ambiente.
Ma può accadere qualcosa di ancora più curioso.
Mentre stiamo ascoltando una persona, qualcuno pronuncia il nostro nome in un altro gruppo e noi ce ne accorgiamo immediatamente.
Fino a un secondo prima, quelle voci sembravano soltanto rumore. Appena compare il nostro nome, il cervello esclama:
“Scusate, qui si sta parlando di me!”
Questo ci fa capire che ascoltare non significa soltanto ricevere dei suoni. Significa anche scegliere, spesso molto rapidamente, quali informazioni meritano la nostra attenzione.
Perché a volte non ascoltiamo?
Non sempre smettiamo di ascoltare perché siamo maleducati o disinteressati.
Spesso il nostro cervello è semplicemente impegnato altrove.
Può succedere perché:
-
stiamo pensando a che cosa rispondere;
-
crediamo di sapere già che cosa dirà l’altra persona;
-
il telefono continua a illuminarsi;
-
siamo stanchi;
-
ci preoccupa qualcosa;
-
l’argomento ci sembra difficile;
-
stiamo cercando di fare troppe cose insieme;
-
abbiamo sentito una parola che non conosciamo e siamo rimasti bloccati lì.
L’ultimo punto è molto comune quando ascoltiamo una lingua straniera.
Una persona dice una frase di quindici parole. Ne conosciamo quattordici, ma la nostra attenzione si ferma proprio su quella sconosciuta.
Mentre pensiamo:
“Aspetta… che cosa significa?”
la persona ha già pronunciato altre tre frasi, salutato tutti ed è probabilmente tornata a casa.
La trappola di voler capire ogni parola
Molti studenti pensano che ascoltare bene una lingua straniera significhi riconoscere e tradurre mentalmente ogni singola parola.
Ma nella comunicazione reale non ascoltiamo come una stampante che deve riprodurre perfettamente tutto ciò che riceve.
Ascoltiamo per costruire un significato.
Anche nella nostra lingua madre possiamo non sentire una parola, perdere una parte della frase o essere disturbati da un rumore. Eppure, grazie al contesto, riusciamo spesso a capire ugualmente.
Se sentiamo:
“Domani porto l’ombrello perché dicono che…”
non abbiamo bisogno di ascoltare l’ultima parola per immaginare che probabilmente si parlerà di pioggia.
Il cervello utilizza ciò che conosce già, la situazione, le parole importanti e le informazioni arrivate in precedenza.
Per questo, durante un esercizio di ascolto, la prima domanda non dovrebbe essere:
“Quali parole non ho capito?”
Sarebbe più utile domandarsi:
“Qual è il messaggio generale?”
Le prove di ascolto distinguono infatti diverse abilità: comprendere il senso generale, trovare informazioni specifiche e cogliere dettagli più precisi. Non dobbiamo fare tutto contemporaneamente.
Ascoltare prima il messaggio, poi i dettagli
Immaginiamo di ascoltare questo annuncio in inglese:
“The train to London will leave from platform six at half past nine.”
Uno studente potrebbe non conoscere perfettamente ogni elemento della frase, ma riconoscere:
-
train;
-
London;
-
platform six;
-
half past nine.
Queste parole possono già rispondere alle domande fondamentali:
-
Di che cosa si parla? Di un treno.
-
Dove va? A Londra.
-
Da quale binario parte? Dal binario sei.
-
A che ora? Alle nove e mezza.
Questo non significa ignorare la grammatica o rinunciare a imparare nuove parole. Significa stabilire un ordine:
-
prima comprendiamo la situazione generale;
-
poi cerchiamo le informazioni importanti;
-
infine torniamo sui dettagli che ci sono sfuggiti.
È lo stesso principio che usiamo quando guardiamo un’immagine. Prima vediamo la scena completa; dopo notiamo la finestra, il gatto sul balcone e il calzino misteriosamente appeso al lampadario.
Prevedere non significa indovinare a caso
Prima di ascoltare un testo, possiamo prepararci.
Se il titolo è “Una giornata all’aeroporto”, possiamo aspettarci parole relative a voli, orari, bagagli, passaporti e partenze.
Questa previsione non ci consegna già tutte le risposte. Aiuta però il cervello ad aprire il cassetto giusto.
Il British Council consiglia, per esempio, di usare il titolo per prevedere il contenuto e di cercare durante l’ascolto le parole che trasmettono le informazioni principali. Suggerisce inoltre di ascoltare nuovamente con i sottotitoli dopo un primo tentativo. British Council – Five essential listening skills
Prima di avviare un audio, possiamo quindi chiederci:
-
Chi potrebbe parlare?
-
Dove si trovano le persone?
-
Quali parole potrei sentire?
-
Di quale informazione avrò bisogno?
Se stiamo per ascoltare una conversazione al ristorante e ci aspettiamo di sentire “menu”, “water”, “order” e “bill”, non stiamo barando.
Stiamo semplicemente apparecchiando la tavola prima che arrivi la lingua.
Perché i sottotitoli possono aiutare… oppure distrarci
I sottotitoli sono uno strumento utile, ma bisogna usarli nel momento giusto.
Se guardiamo subito il testo, potremmo finire per leggere invece di ascoltare. I nostri occhi diventano i protagonisti e le orecchie restano comparse con una sola battuta.
Un metodo più efficace può essere:
-
ascoltare una prima volta senza sottotitoli;
-
individuare argomento e parole chiave;
-
ascoltare di nuovo con i sottotitoli;
-
controllare ciò che non avevamo riconosciuto;
-
fare un ultimo ascolto senza testo.
In questo modo, i sottotitoli non sostituiscono l’ascolto: ci aiutano a correggerlo.
Non è necessario scegliere subito un film di due ore nel quale tutti parlano velocemente, sottovoce e con un’esplosione ogni trenta secondi.
È meglio partire da un contenuto breve, adatto al proprio livello e abbastanza interessante da volerlo ascoltare più di una volta.
Ascoltare aiuta anche a parlare
Quando studiamo una lingua, ascoltare non serve soltanto a capire gli altri.
Attraverso l’ascolto impariamo:
-
il ritmo delle frasi;
-
dove cade l’accento;
-
quali parole vengono unite;
-
quali suoni diventano più deboli;
-
come cambia l’intonazione;
-
quali espressioni vengono realmente usate;
-
quando una persona ha finito di parlare e possiamo rispondere.
Possiamo conoscere perfettamente una parola scritta e non riconoscerla quando viene pronunciata.
È come incontrare un collega fuori dall’ufficio: sappiamo benissimo chi è, ma senza la scrivania davanti impieghiamo qualche secondo a riconoscerlo.
L’ascolto ripetuto collega la forma scritta della parola al suo suono reale. A poco a poco, smettiamo di aspettarci che ogni parola venga pronunciata lentamente, separata dalle altre e accompagnata da un insegnante che la indica con un bastoncino.
Ascoltare una persona è diverso da aspettare il proprio turno
L’ascolto non riguarda soltanto le lingue straniere.
Possiamo conoscere tutte le parole dette da una persona e non comprendere comunque il suo messaggio.
A volte, mentre qualcuno parla, stiamo già preparando:
-
la nostra risposta;
-
un consiglio che nessuno ha chiesto;
-
una storia simile successa a noi;
-
una dimostrazione del fatto che abbiamo ragione;
-
un piano di fuga verso la macchinetta del caffè.
Ascoltare veramente significa lasciare per qualche momento che il centro della conversazione sia l’altra persona.
Possiamo mostrare che stiamo ascoltando con azioni semplici:
-
non interrompere;
-
guardare la persona;
-
fare una domanda pertinente;
-
riassumere ciò che abbiamo capito;
-
chiedere conferma;
-
aspettare prima di dare un consiglio.
Una frase molto utile è:
“Se ho capito bene, stai dicendo che…”
Non serve per ripetere meccanicamente le stesse parole. Serve per verificare se il messaggio arrivato nella nostra mente corrisponde a quello che l’altra persona voleva inviare.
Perché, nelle conversazioni, il problema non è sempre il segnale.
A volte il messaggio parte da una persona, attraversa un oceano di pensieri, arriva all’altra e viene ricevuto come:
“Porta il pane.”
quando in realtà era:
“Parliamone domani.”
Tre piccoli esercizi per allenare l’ascolto
1. L’ascolto da un minuto
Scegli un audio di circa un minuto nella lingua che stai studiando.
Ascoltalo una volta senza fermarlo e scrivi soltanto:
-
chi parla;
-
dove potrebbe trovarsi;
-
qual è l’argomento;
-
quali parole hai riconosciuto.
Non preoccuparti di ciò che manca.
2. La caccia alle parole importanti
Ascolta di nuovo e cerca solo tre informazioni precise: un luogo, un orario e un’azione.
Dare al cervello un obiettivo chiaro lo aiuta a decidere che cosa ascoltare.
3. Il controllo finale
Leggi la trascrizione o attiva i sottotitoli. Individua i punti che non avevi capito e chiediti perché:
-
non conoscevi la parola?
-
la conoscevi, ma non ne avevi riconosciuto il suono?
-
il parlante aveva un accento diverso?
-
due parole erano state pronunciate insieme?
-
eri ancora concentrato sulla frase precedente?
In questo modo, “non ho capito” smette di essere una sentenza e diventa un’informazione utile.
Il silenzio non è vuoto
Viviamo circondati da notifiche, messaggi vocali, video, musica, telefonate e conversazioni.
Abbiamo più possibilità di sentire rispetto a qualsiasi altra epoca, ma questo non significa che ascoltiamo meglio.
Ascoltare richiede una cosa diventata sorprendentemente rara: lasciare uno spazio libero.
Uno spazio nel quale non dobbiamo parlare immediatamente, controllare il telefono o dimostrare qualcosa.
Il silenzio non è necessariamente l’assenza della comunicazione. A volte è il luogo nel quale la comunicazione riesce finalmente ad arrivare.
Perché imparare ad ascoltare?
Saper ascoltare ci aiuta a:
-
comprendere meglio una lingua;
-
migliorare la pronuncia;
-
imparare espressioni naturali;
-
evitare malintesi;
-
fare domande più utili;
-
conoscere davvero le persone;
-
accorgerci di informazioni che prima perdevamo.
Non possiamo controllare tutto quello che sentiamo.
Possiamo però decidere a che cosa offrire la nostra attenzione.
Ed è proprio questa la differenza: sentire è ricevere un suono; ascoltare è accogliere un significato.
Le orecchie sono sempre aperte.
La vera domanda è:
Noi ci siamo?
La sfida della Cassano Academy
Questa settimana prova a svolgere tre piccole attività:
-
ascolta un audio di un minuto nella lingua che studi senza usare subito i sottotitoli;
-
scrivi l’argomento generale e cinque parole che hai riconosciuto;
-
durante una conversazione, aspetta che l’altra persona finisca e poi riassumi ciò che hai capito.
Non devi capire tutto.
Devi cominciare ad ascoltare meglio di ieri.
FAQ
No. È meglio cercare prima di capire l’argomento generale e le parole chiave. In un secondo ascolto possiamo concentrarci sulle informazioni specifiche e, successivamente, controllare i dettagli.
Anche pochi minuti al giorno possono essere utili, se la pratica è regolare e adatta al proprio livello. Un contenuto breve ascoltato più volte può insegnare più di un video molto lungo seguito senza attenzione.
Sì. L’ascolto aiuta a riconoscere il ritmo, l’intonazione, gli accenti delle parole e il modo in cui i suoni cambiano quando le parole vengono pronunciate insieme.

