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Māori: “noi” chi?

La nostra destinazione è Aotearoa New Zealand e la lingua che incontreremo è il te reo Māori, la lingua del popolo māori.

È una lingua dal suono aperto e ritmico, nella quale una piccola linea sopra una vocale può cambiare completamente una parola e persino il pronome “noi” deve spiegare chi fa parte del gruppo.

Insomma, in te reo Māori non basta dire:

“Noi andiamo.”

La lingua potrebbe rispondere:

“Noi chi? Io e te? Io e loro? Quante persone siete? E soprattutto… mi avete invitato?”

Māori o te reo Māori?

La parola reo significa “lingua” o “voce”. L’espressione te reo Māori può quindi essere tradotta come “la lingua māori” ed è spesso abbreviata semplicemente in te reo, cioè “la lingua”.

Māori, invece, può riferirsi al popolo, alla cultura e alla lingua. In origine la parola aveva significati come “normale”, “naturale”, “comune” o “ordinario”. Dopo l’arrivo degli europei diventò anche un modo per distinguere gli abitanti originari dai nuovi arrivati.

È importante scrivere Māori con il macron sulla ā. Quel piccolo segno non è un accento decorativo: indica che la vocale deve essere pronunciata più a lungo.

Quindi:

  • Māori indica il popolo, la cultura o la lingua;

  • te reo Māori significa specificamente “la lingua māori”;

  • Aotearoa è il nome māori della Nuova Zelanda.

Da dove viene la lingua māori?

Il te reo Māori appartiene alla grande famiglia delle lingue austronesiane, diffuse dal Sud-est asiatico fino a vaste zone dell’Oceano Pacifico.

Fa parte più precisamente del gruppo delle lingue polinesiane ed è imparentato con il tahitiano, il māori delle Isole Cook e le lingue delle isole Tuamotu. È inoltre strettamente collegato alla lingua moriori delle isole Chatham.

Questo significa che parole e strutture simili possono comparire in isole lontanissime tra loro.

Le lingue non hanno bisogno di un passaporto: viaggiavano attraverso il Pacifico molto prima dell’invenzione degli aeroporti, dei trolley e delle persone che applaudono quando l’aereo atterra.

Un alfabeto piccolo, ma molto preciso

L’alfabeto māori possiede quindici suoni fondamentali:

  • cinque vocali: a, e, i, o, u;

  • otto consonanti: h, k, m, n, p, r, t, w;

  • due digrammi: ng e wh.

I digrammi sono coppie di lettere che rappresentano un unico suono.

Il gruppo ng si pronuncia in modo simile al suono centrale della parola italiana “fango”, ma in māori può trovarsi anche all’inizio di una parola.

Il gruppo wh viene spesso pronunciato con un suono vicino alla nostra f, anche se la pronuncia cambia in alcune regioni.

La r è breve e vibrante, abbastanza vicina alla “r” italiana.

Le vocali hanno un suono chiaro e regolare. Per un italiano questa è una buona notizia: non bisogna affrontare il labirinto dell’inglese, dove la stessa vocale può cambiare personalità ogni tre parole.

Esistono comunque differenze regionali. Alcune comunità pronunciano determinati suoni in modi diversi, quindi è sempre meglio ascoltare parlanti māori e non pensare che esista una sola voce identica in tutta Aotearoa. 

Attenzione al macron: potreste ordinare un’ascella

Le vocali māori possono essere brevi oppure lunghe. Una vocale lunga viene normalmente indicata con un macron:

ā, ē, ī, ō, ū

La lunghezza può modificare il significato della parola.

Un esempio particolarmente utile — soprattutto se avete intenzione di entrare in una pasticceria — è questo:

  • keke significa “torta”, ed è una parola presa dall’inglese cake;

  • kekē può significare “scricchiolare”;

  • kēkē significa “ascella”.

Quindi, se desiderate una torta, controllate bene i macron. Una pasticceria è già abbastanza complicata senza dover spiegare che non volevate ordinare un’ascella con la panna.

Questa ligua usa i macron proprio perché la distinzione tra vocali brevi e lunghe può cambiare sia la pronuncia sia il significato.

Come si dice “ciao” in māori?

L’espressione più famosa è:

Kia ora!

Può significare “ciao”, ma viene usata anche per ringraziare, augurare qualcosa di buono o esprimere approvazione. Il suo senso letterale è vicino a “stai bene” o “che tu possa avere salute”.

È una piccola espressione capace di svolgere diversi lavori. Praticamente è il coltellino svizzero dei saluti māori.

Esistono anche saluti che cambiano secondo il numero delle persone:

Te reo MāoriItaliano
Tēnā koe Salve, rivolgendosi a una persona
Tēnā kōrua Salve, rivolgendosi a due persone
Tēnā koutou Salve, rivolgendosi a tre o più persone
Kia ora Ciao, grazie, auguri
Ka kite anō Ci vediamo di nuovo
Ka pai! Bene! Ben fatto!
Kia kaha! Sii forte! Continua così!

I saluti tēnā koe, tēnā kōrua e tēnā koutou possono essere utilizzati anche per ringraziare.

Una lingua che vuole conoscere la lista degli invitati

Una delle caratteristiche più interessanti del te reo Māori è il sistema dei pronomi.

In italiano abbiamo:

  • io;

  • tu;

  • lui o lei;

  • noi;

  • voi;

  • loro.

In māori non è così semplice.

La lingua distingue tra singolare, duale e plurale. Questo significa che possiede forme specifiche per parlare esattamente di due persone.

Inoltre, quando diciamo “noi”, dobbiamo chiarire se la persona che ci ascolta è inclusa oppure esclusa:

PronomeSignificato
tāua io e te
māua io e un’altra persona, ma non tu
tātou io, voi e altre persone
mātou io e altre persone, ma non voi

Immaginiamo che Marco dica a Laura:

“Noi andiamo a mangiare.”

In italiano Laura potrebbe ancora domandarsi se è invitata.

In māori, invece, la scelta tra tātou e mātou chiarirebbe immediatamente la situazione.

Se Marco usasse il pronome sbagliato, la discussione non riguarderebbe più la grammatica, ma il fatto che qualcuno ha prenotato il ristorante senza Laura.

Il programma scolastico neozelandese conferma che i pronomi māori distinguono anche il duale e l’opposizione tra “noi inclusivo” e “noi esclusivo”. 

Prima l’azione, poi chi la compie

L’ordine di base della frase māori tende a essere:

verbo + soggetto + oggetto

È quindi diverso dall’ordine più comune dell’italiano e dell’inglese.

Per esempio:

Kei te ako au i te reo Māori.

Significa:

“Sto studiando la lingua māori.”

Possiamo osservare la frase pezzo per pezzo:

  • kei te presenta un’azione in corso;

  • ako significa imparare o studiare;

  • au significa io;

  • i te reo Māori significa la lingua māori.

La frase comincia quindi dall’azione: prima scopriamo che qualcuno sta studiando, poi scopriamo chi.

È quasi come entrare in una stanza e sentire:

“Sta mangiando… Marco… la torta.”

Con questo ordine, almeno abbiamo qualche secondo in più per salvare l’ultima fetta.

Le particelle poste davanti al verbo aiutano a esprimere il tempo e il tipo di azione. In altre frasi, invece, può non esserci un verbo equivalente al nostro “essere”. La grammatica māori non copia la struttura europea: organizza l’informazione secondo una logica propria.

Alcune parole che raccontano una visione del mondo

Molte parole māori sono entrate anche nell’inglese parlato in Nuova Zelanda.

Te reo MāoriItaliano
whānau famiglia allargata, gruppo familiare
aroha amore, affetto, compassione
kai cibo
wai acqua
moana mare, oceano
maunga montagna
tamariki bambini
iwi popolo, tribù
mana prestigio, autorevolezza, influenza
manaakitanga accoglienza, cura, generosità verso gli altri

Tradurre queste parole con un solo termine italiano può essere utile, ma non sempre è sufficiente.

Per esempio, whānau non indica soltanto la famiglia composta da genitori e figli. Può comprendere una rete familiare più ampia e, in alcuni contesti moderni, anche persone unite da legami molto stretti pur senza essere parenti. 

Anche aroha va oltre un semplice “amore”: può esprimere affetto profondo, empatia, compassione e attenzione verso qualcuno. 

Una lingua non divide il mondo esattamente come un dizionario bilingue. A volte una parola apre una porta e dietro quella porta troviamo un’intera comunità.

La haka non è soltanto “la danza del rugby”

Per molte persone il primo incontro con la lingua māori avviene attraverso la haka eseguita prima delle partite di rugby.

Ma descrivere la haka soltanto come una “danza di guerra” è riduttivo.

Esistono diverse haka, legate a occasioni e comunità differenti. Possono accogliere ospiti, ricordare persone, celebrare risultati, esprimere dolore, unità, protesta, identità o determinazione. Vengono eseguite in eventi importanti, matrimoni, funerali, cerimonie di benvenuto, scuole e manifestazioni culturali.

I movimenti del corpo, i gesti del viso, il ritmo e la voce rafforzano il messaggio delle parole. La haka, quindi, non è una serie di movimenti spettacolari ai quali viene aggiunto un testo: le parole sono una parte centrale della performance.

Anche la celebre Ka Mate, resa famosa dagli All Blacks, racconta una storia precisa ed è associata a Te Rauparaha, capo di Ngāti Toa.

Imitare una haka senza comprenderne il contesto può trasformare qualcosa di significativo in una caricatura. Il modo migliore per conoscerla è ascoltare chi appartiene alla cultura che l’ha creata.

Da lingua dominante a lingua in pericolo

Prima della diffusione dell’inglese, il te reo Māori era la lingua principale utilizzata in Aotearoa.

La colonizzazione, il trasferimento di molte famiglie verso le città e le politiche di assimilazione provocarono però un forte declino. Per molto tempo il sistema scolastico privilegiò esclusivamente l’inglese e diversi bambini māori furono persino puniti per aver parlato la propria lingua a scuola. 

Le conseguenze furono drammatiche.

Nel 1913 più del 90% degli scolari māori parlava la lingua. Nel 1975 la percentuale era scesa sotto il 5%. 

Quando una lingua smette di essere trasmessa ai bambini, non perde soltanto parlanti. Rischia di perdere il collegamento quotidiano tra nonni, genitori e nuove generazioni.

La rinascita partita dalle famiglie

La ripresa del te reo Māori non arrivò per caso.

Nel 1972 alcuni movimenti māori presentarono al Parlamento una petizione con più di 30.000 firme per chiedere che la lingua fosse insegnata nelle scuole.

Nel 1975 nacque la Te Wiki o te Reo Māori, la Settimana della lingua māori.

Nel 1982 aprì il primo kōhanga reo, letteralmente un “nido linguistico”: un ambiente prescolare di immersione nel quale bambini, famiglie e anziani potevano usare il te reo Māori insieme.

Seguirono scuole di immersione, corsi universitari, stazioni radiofoniche e programmi televisivi.

Nel 1987 il te reo Māori venne riconosciuto legalmente come lingua ufficiale della Nuova Zelanda. 

I kōhanga reo mostrano un principio importante: per salvare una lingua non basta conservarla dentro un libro. Bisogna creare luoghi nei quali le persone possano usarla per giocare, discutere, raccontare storie, fare domande e crescere.

Una lingua ha bisogno di grammatica, ma anche di bambini che la usino per chiedere:

“Quando si mangia?”

Quante persone parlano oggi il te reo Māori?

Secondo il censimento del 2023, 213.849 persone hanno dichiarato di parlare il te reo Māori. È risultata la lingua più parlata in Aotearoa New Zealand dopo l’inglese. 

È un segnale incoraggiante e il numero è aumentato rispetto al censimento precedente.

Tuttavia, una crescita statistica non significa che ogni problema sia stato risolto. Esistono grandi differenze tra chi conosce alcune parole, chi riesce a sostenere una conversazione e chi può trasmettere naturalmente la lingua ai propri figli.

Per questo si parla di rivitalizzazione linguistica: il te reo Māori è tornato nelle scuole, nei media, nella musica, nello sport, nella tecnologia e negli spazi pubblici, ma il suo futuro dipende ancora dall’uso reale all’interno delle comunità.

Una lingua antica che sa parlare del presente

A volte si pensa che una lingua indigena possa descrivere soltanto tradizioni, paesaggi e vita del passato.

In realtà, il te reo Māori crea e adotta continuamente parole per parlare del mondo moderno.

Può essere usato per discutere di scienza, politica, cinema, sport, telefoni, social network e spazio. Esistono notiziari, programmi televisivi, applicazioni, dizionari digitali e contenuti online.

Una lingua viva non è un museo nel quale è vietato spostare gli oggetti.

È più simile a una casa abitata: conserva la memoria, ma ogni giorno qualcuno apre una finestra, cambia una sedia di posto o domanda dove sia finito il caricabatterie.

Perché imparare qualche parola in te reo Māori?

Imparare una lingua non significa appropriarsi della cultura di qualcun altro. Significa avvicinarsi con rispetto e accettare di non sapere tutto.

Anche poche parole possono aiutarci a:

  • pronunciare correttamente nomi di persone e luoghi;

  • comprendere meglio la storia di Aotearoa;

  • riconoscere concetti che non coincidono perfettamente con quelli italiani;

  • scoprire un diverso modo di organizzare una frase;

  • capire che una lingua può riprendersi spazio dopo essere stata messa in pericolo.

Il te reo Māori ci insegna soprattutto che una lingua vive quando le persone scelgono di usarla insieme.

Forse è proprio per questo che possiede tanti modi di dire “noi”.

Prima di parlare, vuole sapere chi è presente, chi ascolta e chi rischia di essere lasciato fuori.

La sfida della Cassano Academy

Questa settimana prova a fare tre cose:

  1. pronuncia lentamente Māori, allungando la prima vocale;

  2. saluta una persona con tēnā koe e due persone con tēnā kōrua;

  3. spiega la differenza tra tātou e mātou.

E se qualcuno ti domanda perché stai studiando una lingua parlata dall’altra parte del mondo, puoi rispondere:

Kei te ako au i te reo Māori.

Sto imparando il te reo Māori.

Oppure puoi semplicemente dire:

Kia ora!

FAQ

 

Il te reo Māori è la lingua indigena del popolo māori di Aotearoa New Zealand. Oggi viene utilizzato nelle famiglie, nelle scuole, nelle università, nei media, nelle cerimonie e in numerosi contesti pubblici.

Alcune haka erano collegate alla preparazione al combattimento, ma non tutte. Le haka possono essere eseguite per accogliere, celebrare, ricordare, protestare o esprimere identità, forza e unità.

La lingua sta vivendo una forte rinascita e il numero delle persone che la parlano è cresciuto. Tuttavia, la trasmissione familiare e la presenza di parlanti pienamente competenti restano essenziali. Per questo il lavoro di rivitalizzazione continua.

 

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