Che cos’è l’amarico?
L’amarico, in amarico አማርኛ, appartiene alla famiglia delle lingue semitiche, come l’arabo e l’ebraico.
Il suo sviluppo è stato influenzato anche dal contatto con le altre lingue dell’Etiopia. Per esempio, mentre molte lingue semitiche collocano spesso il verbo all’inizio, in amarico il verbo si trova normalmente alla fine:
soggetto + oggetto + verbo
Questa caratteristica rende l’amarico familiare sotto alcuni aspetti e sorprendente sotto altri.
Perché l’amarico è una lingua semitica?
L’amarico appartiene alla famiglia delle lingue semitiche, insieme a lingue moderne come:
- l’arabo;
- l’ebraico;
- l’aramaico moderno;
- il tigrino;
- il tigrè;
- il maltese.
Fanno parte della stessa famiglia anche lingue antiche come l’accadico, il fenicio e il gəʿəz, oggi non più parlato come lingua materna, ma ancora utilizzato nella tradizione religiosa e nella liturgia etiope.
Queste lingue sono considerate “parenti” perché derivano da un’antica origine linguistica comune e condividono diverse caratteristiche.
Una delle più interessanti è l’uso di radici formate prevalentemente da consonanti.
In amarico, per esempio, dalla radice legata al concetto di studio e apprendimento derivano parole differenti:
- ተማረ – tämarä: studiò;
- ተማሪ – tämari: studente;
- ትምህርት – tïmhïrt: lezione, istruzione;
- አስተማሪ – astämari: insegnante.
Le consonanti principali conservano l’idea di base, mentre le vocali e gli altri elementi modificano il significato.
È un po’ come se ogni parola appartenesse alla stessa famiglia e portasse con sé una parte riconoscibile del proprio “DNA linguistico”.
Ma perché si chiamano “semitiche”?
Il nome non nasce da una parola amarica, araba o ebraica. Fu introdotto nella linguistica europea nel 1781 dallo studioso August Ludwig Schlözer.
Schlözer si ispirò a Sem, uno dei figli di Noè nella narrazione biblica, perché, secondo le genealogie bibliche, diversi popoli del Vicino Oriente venivano tradizionalmente collegati ai suoi discendenti.
Oggi, però, “semitico” è soprattutto un termine linguistico: indica una famiglia di lingue storicamente imparentate.
Non significa che tutti coloro che parlano queste lingue costituiscano un unico popolo, abbiano la stessa religione o condividano la medesima cultura.
Così l’amarico ci ricorda che la famiglia semitica non appartiene soltanto al Medio Oriente: una parte importante della sua storia si è sviluppata anche nel Corno d’Africa.
Un alfabeto che non è proprio un alfabeto
La scrittura etiopica è chiamata:
ፊደል – fidäl
Nel linguaggio comune possiamo parlare di “alfabeto etiopico”, ma più precisamente si tratta di un sistema alfasillabico, chiamato anche abugida.
Ogni carattere rappresenta generalmente una consonante accompagnata da una vocale.
Osserviamo questa famiglia:
ሀ ሁ ሂ ሃ ሄ ህ ሆ
hä – hu – hi – ha – he – hï/h – ho
Non stiamo quindi aggiungendo una vocale separata alla lettera. È il carattere stesso che cambia forma.
I sette cambiamenti vengono chiamati “ordini” e corrispondono generalmente a:
ä – u – i – a – e – ï oppure nessuna vocale – o
Il sistema non è completamente regolare: alcune forme devono essere memorizzate.
Ma proprio per questo il fidäl può essere studiato anche in modo visivo, cercando gambe, anelli, trattini e somiglianze fra i caratteri.
“Ciao” non è sempre soltanto “ciao”
Possiamo salutare dicendo:
ሰላም – sälam
Pace; salve.
Nella conversazione quotidiana, però, spesso si domanda direttamente se l’altra persona sta bene:
ደኅና ነህ? – dähna näh?
Stai bene? — rivolto a un uomo.
ደኅና ነሽ? – dähna näsh?
Stai bene? — rivolto a una donna.
ደኅና ነዎት? – dähna näwot?
Sta bene? — forma rispettosa.
Si può rispondere:
ደኅና ነኝ – dähna näñ
Sto bene.
Il saluto può essere seguito da domande sulla famiglia e sulle persone care.
Salutare, quindi, non significa soltanto pronunciare una parola: significa interessarsi davvero all’interlocutore.
Espressioni utili
| Amarico | Trascrizione | Significato |
|---|---|---|
| ሰላም | sälam | Pace; salve |
| እሺ | ïshi | Va bene; okay |
| አዎ | awo | Sì |
| አይደለም | aydälläm | No; non è così |
| አመሰግናለሁ | amäsäggïnallähu | Grazie; ringrazio |
| ይቅርታ | yïk’ïrta | Scusa; mi dispiace |
| አልገባኝም | algäbaññim | Non ho capito |
| ምን ማለት ነው? | mïn malät näw? | Che cosa significa? |
Le ultime due espressioni sono particolarmente utili per chi studia:
አልገባኝም!
Non ho capito!
ምን ማለት ነው?
Che cosa significa?
Non bisogna conoscere centinaia di parole per iniziare a comunicare.
A volte basta saper salutare, ringraziare e chiedere una spiegazione.
Una lingua da osservare
Il fidäl ci insegna qualcosa di importante: non tutte le scritture organizzano i suoni nello stesso modo.
Quando impariamo l’amarico, non dobbiamo soltanto leggere. Dobbiamo osservare:
- quale parte del carattere cambia;
- quale vocale rappresenta;
- quali caratteri appartengono alla stessa famiglia;
- quali forme costituiscono un’eccezione.
È quasi un incontro tra lingua, memoria e disegno.
L’amarico che non ti aspetti: uova che camminano e quasi-emoji
Una lingua non è fatta soltanto di grammatica.
Al suo interno troviamo immagini, battute, modi di dire e piccoli dettagli che raccontano la cultura dei suoi parlanti.
L’amarico ne offre alcuni davvero sorprendenti.
Piano piano, anche l’uovo cammina
In amarico esiste questo simpatico proverbio:
ቀስ በቀስ እንቁላል በእግሩ ይሄዳል።
K’es be-k’es, inqulal be-igru yihedal.
La traduzione letterale è:
“Piano piano, anche l’uovo cammina sulle proprie gambe.”
Ma come può camminare un uovo?
Naturalmente deve prima schiudersi e diventare un pulcino!
Il proverbio insegna che, procedendo poco alla volta, possiamo raggiungere risultati che all’inizio sembrano impossibili.
È un’espressione perfetta per chi studia una lingua:
- oggi impariamo una lettera;
- domani riconosciamo una parola;
- dopodomani riusciamo a usarla in una conversazione.
Marco, vedendo tutti i caratteri amarici, potrebbe dire:
«Non riuscirò mai a impararli!»
E l’uovo potrebbe rispondergli:
«K’es be-k’es, Marco! Guarda me: prima ero fermo e adesso cammino!»
Il punto esclamativo al contrario: un antenato delle emoji?
Come possiamo capire, leggendo un messaggio, se una persona sta parlando seriamente oppure con sarcasmo?
Oggi aggiungiamo una faccina, un’emoji o magari scriviamo: “Sto scherzando!”.
Nella tradizione scritta amarica esiste invece un segno molto particolare:
¡
Sembra un punto esclamativo capovolto e viene chiamato:
temherte slaq — ትእምርተ፡ሥላቅ
Veniva collocato alla fine di una frase per segnalare che quelle parole dovevano essere interpretate in maniera ironica o sarcastica.
Il lettore, vedendo il simbolo, capiva che il significato reale poteva essere l’opposto di quello letterale.
Immaginiamo che la mamma entri nella stanza di Marco e trovi libri, fogli e matite sparsi dappertutto. Potrebbe dire:
«Come sempre, Marco ha lasciato la scrivania perfettamente in ordine¡»
Il punto esclamativo capovolto ci avverte che la mamma non sta facendo davvero un complimento. Sta dicendo esattamente il contrario: la scrivania è un disastro!
Da questo punto di vista, il temherte slaq potrebbe essere definito scherzosamente un antenato funzionale delle emoji.
Non perché abbia dato origine alle faccine moderne, ma perché svolgeva una funzione simile: aiutava il lettore a riconoscere il tono emotivo di una frase.
C’è però una differenza importante: il segno non è comune nell’amarico contemporaneo e si può incontrare soprattutto in testi particolari oppure in vignette satiriche e politiche.
L’amarico moderno utilizza normalmente il consueto punto esclamativo:
!
Attenzione anche a non confonderlo con lo spagnolo: in spagnolo ¡ apre una frase esclamativa; nella tradizione amarica il temherte slaq viene invece posto alla fine per segnalare il sarcasmo.
Forse le emoji non hanno inventato niente di completamente nuovo: molto prima degli smartphone, qualcuno aveva già capito che nella scrittura non contano soltanto le parole, ma anche il tono con cui immaginiamo che vengano pronunciate.
La sfida della Cassano Academy
Prova a copiare lentamente:
ሀ ሁ ሂ ሃ ሄ ህ ሆ
Poi scegli tre espressioni:
ሰላም – እሺ – አመሰግናለሁ
Non preoccuparti se i caratteri non sono subito perfetti.
Una lingua nuova comincia spesso da un segno incerto, una pronuncia buffa e tanta curiosità.
እሺ? Va bene? Cominciamo!
FAQ
No. Sebbene appartenga alla famiglia delle lingue semitiche, l’amarico si scrive da sinistra a destra, come l’italiano e l’inglese. Utilizza il sistema di scrittura etiopico, conosciuto come ፊደል — fidäl.
L’amarico è definito una lingua semitica perché appartiene alla stessa famiglia linguistica storica dell’arabo, dell’ebraico, dell’aramaico, del tigrino, del tigrè e del maltese.
Queste lingue si sono sviluppate da un antenato linguistico comune e condividono alcune caratteristiche, come la formazione delle parole basata principalmente su radici consonantiche.
“Semitico” è un termine linguistico: non identifica un unico popolo, una religione o una cultura.
All’inizio il fidäl può sembrare complicato, perché ogni consonante cambia forma in base alla vocale che la accompagna. Tuttavia, i caratteri sono organizzati in famiglie.
Imparando una famiglia alla volta e osservando come cambia ciascuna forma, il sistema diventa gradualmente più logico e riconoscibile.
Come dice il proverbio amarico:
ቀስ በቀስ — K’es be-k’es — poco alla volta.

